Sviluppo del talento?
Ritengo che l’Italia stia, in qualche modo, passando attraverso un periodo che negli Stati Uniti iniziò negli anni 90 quando, nell’ambito della gifted education, a livello nazionale, esisteva una forte spinta a sostituire il termine “gifted” con il termine “talented”, ampliando il più possibile la definizione di “studente gifted”. La definizione di “gifted”, al tempo proposta, recitava: “[Sono gifted] i bambini e i giovani con un talento eccezionale che raggiungono o mostrano il potenziale per raggiungere livelli di rendimento notevolmente elevati rispetto ad altri della loro stessa età, esperienza o ambiente. Questi bambini e ragazzi mostrano elevate capacità di performance in ambito intellettivo, creativo e/o artistico, e possiedono una capacità di leadership insolita o eccellono in specifici campi accademici.” Correva l’anno 1993.
La definizione sopra citata viene largamente riportata dagli psicologi italiani nei loro testi e presentazioni e, di fatto, non si discosta da quella data nella proposta di legge italiana N. 2654 al momento al vaglio della Camera: “Ai fini della presente legge, per «alunno o studente ad alto potenziale cognitivo» si intende l’alunno o lo studente che, nel corso degli studi, abbia manifestato, in una o più aree, una maggiore e più veloce capacità di apprendimento e un precoce raggiungimento di livelli specifici di competenze rispetto ai coetanei con un medesimo grado di istruzione, compreso l’alunno o lo studente con doppia o multipla eccezionalità.”
Ma quale è, a nostro avviso, il problema quando si definisce la giftedness come sopra?
Per rispondere a questo quesito voglio di seguito condividere con voi la traduzione di un paio di paragrafi tratti dall’articolo 𝘛𝘩𝘦 𝘔𝘰𝘳𝘢𝘭 𝘚𝘦𝘯𝘴𝘪𝘵𝘪𝘷𝘪𝘵𝘺 𝘰𝘧 𝘎𝘪𝘧𝘵𝘦𝘥 𝘊𝘩𝘪𝘭𝘥𝘳𝘦𝘯 𝘢𝘯𝘥 𝘵𝘩𝘦 𝘌𝘷𝘰𝘭𝘶𝘵𝘪𝘰𝘯 𝘰𝘧 𝘚𝘰𝘤𝘪𝘦𝘵𝘺 (2010) di Linda Silverman.
“Il movimento [che spinge alla sostituzione del termine “gifted” con il termine “talented”] è un tentativo di ampliare il concetto di giftedness per includere una fetta molto più ampia della popolazione, in modo da non far apparire i gifted come elitari. È inoltre alimentato dall’ampio sostegno alle intelligenze multiple di Gardner, insieme alla sua campagna per l’eliminazione dei test del QI. Gli studenti vengono identificati come dotati di talenti speciali in base alle loro prestazioni in ambiti specifici. Può apparire tutto molto positivo, ma in realtà qualcosa di importante si perde in questa operazione. […] 𝗦𝗼𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗮 𝗴𝗶𝗳𝘁𝗲𝗱𝗻𝗲𝘀𝘀 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻 𝗺𝗼𝘀𝗮𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝘁𝗮𝗹𝗲𝗻𝘁𝗶, 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗮 𝗱𝗶𝗺𝗲𝗻𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗺𝗼𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗶𝗳𝘁𝗲𝗱𝗻𝗲𝘀𝘀 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗮. Gli individui gifted, grazie alla loro maggiore facilità nel ragionamento astratto, hanno vite interiori complesse, preoccupazioni etiche precoci e una maggiore consapevolezza del mondo. Se dividiamo la nostra comprensione della struttura intellettiva/morale/emotiva interconnessa della giftedness in molti talenti frammentati, rischiamo di vedere i bambini da una prospettiva unilaterale. E se diamo troppo valore alla performance – con competizioni, attenzione mediatica, riconoscimenti esterni e ricompense – potremmo inavvertitamente insegnare ai bambini gifted che sono apprezzati solo per ciò che fanno, invece che per ciò che sono nella loro totalità. Annemarie Roeper direbbe che abbiamo dimenticato il Sé del bambino. 𝗦𝗶̀, 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗼 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝘀𝗼: 𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗲𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼𝗿𝗲 𝗺𝗼𝗿𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗴𝗶𝗳𝘁𝗲𝗱.”
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