Le parole che lasciano il segno.

Ciò che i bambini e i ragazzi gifted colgono.

Le parole che scegliamo quando parliamo ai bambini hanno un peso. Possono incoraggiare, rassicurare e rafforzare l’autostima, ma possono anche trasmettere messaggi impliciti che, soprattutto nei bambini e nei ragazzi gifted, finiscono per alimentare ansia e senso di inadeguatezza.

Una delle grandi sfide dell’essere genitori è comprendere che il significato di ciò che diciamo non coincide necessariamente con ciò che il bambino ascolta. Questo è particolarmente vero con i bambini gifted. La loro intensità emotiva, la tendenza ad analizzare il linguaggio e la profonda sensibilità fanno sì che spesso colgano i messaggi impliciti molto più delle parole esplicite. Così, una frase che per un adulto rappresenta un incoraggiamento può trasformarsi, nella mente del bambino, in una richiesta impossibile da soddisfare.

Pochi autori hanno saputo parlare ai genitori di bambini gifted con la chiarezza e l’umanità di James Delisle. Insegnante di studenti gifted per decenni e padre di un figlio gifted, Delisle conosceva bene le domande, i dubbi e le difficoltà che accompagnano chi cresce un bambino con un funzionamento così intenso e complesso. Nel suo libro Understanding Your Gifted Child from the Inside Out invita i genitori a riflettere su alcune frasi che pronunciamo con le migliori intenzioni, ma che possono trasmettere ai nostri figli messaggi molto diversi da quelli che vorremmo comunicare.

Il peso di una parola: potenziale

«Sei un ragazzo intelligente, ma non stai sfruttando appieno le tue potenzialità.»

È probabilmente una delle frasi più diffuse quando si parla di bambini gifted. Eppure, contiene un concetto tanto ricorrente quanto difficile da definire: il potenziale.

Che cos’è realmente il potenziale? Chi può stabilire quale sia quello di una persona? Esiste davvero un momento in cui possiamo affermare che qualcuno abbia raggiunto il proprio potenziale?

Il potenziale non è un dato oggettivo. Non è qualcosa che possiamo misurare come l’altezza o il peso. Cambia nel tempo e con la persona stessa.

A questo proposito, James Delisle scrive:

“Il potenziale esiste negli occhi di chi guarda, e non c’è una chiara linea di demarcazione che separa il raggiungere il potenziale e il non raggiungerlo. […] Il potenziale è una variabile, non è una costante, eppure lo consideriamo come fosse per sempre lo stesso.”

Quando diciamo a un bambino che non sta esprimendo il proprio potenziale, il messaggio implicito rischia di essere molto diverso da quello che intendiamo comunicare: «Io, adulto, so quale dovrebbe essere il tuo potenziale, e tu non lo stai raggiungendo.»

Per un bambino particolarmente sensibile, questo può trasformarsi in una costante sensazione di inadeguatezza e nell’idea di non essere mai abbastanza.

Più che parlare di un generico “potenziale”, può essere più utile aiutare il bambino a individuare obiettivi personali che abbiano significato per lui, accompagnandolo nel raggiungerli attraverso piccoli traguardi condivisi. In questo modo, il punto di riferimento non saranno le aspettative degli adulti, ma il suo percorso di crescita, i suoi interessi e i suoi tempi.

Quando un “ma” cancella tutto il resto

Esiste una parola capace di annullare quasi completamente un complimento.

È una parola composta da appena due lettere: ma.

«Hai fatto davvero un ottimo lavoro, ma…»

In quell’istante, l’attenzione del bambino smette di concentrarsi sul riconoscimento ricevuto e si sposta immediatamente su ciò che manca.

Per spiegare questo meccanismo, James Delisle racconta un episodio della sua vita. Il giorno in cui conseguì il dottorato in psicologia, sua zia Stella si avvicinò per congratularsi con lui dicendo:

“Siamo così orgogliosi di ciò che hai fatto, MA perché non sei diventato un vero dottore? Hai sempre avuto l’intelligenza per farlo!”

Da quel momento, la “zia Stella” è diventata per Delisle il simbolo di tutte quelle persone che, anche davanti a un traguardo importante, riescono a spostare l’attenzione su ciò che avrebbe potuto essere diverso, migliore o più ambizioso. Probabilmente, ognuno di noi ha incontrato almeno una “zia Stella” nel proprio percorso di vita.

Dietro parole come queste raramente c’è cattiveria. Più spesso c’è il desiderio di incoraggiare, di spingere il ragazzo a puntare ancora più in alto. Ma il messaggio che arriva è molto diverso: “Quello che ho fatto non è abbastanza.”

La congiunzione “ma” finisce per cancellare emotivamente tutto ciò che la precede. Il complimento perde valore e l’attenzione si concentra esclusivamente su ciò che manca, su ciò che avrebbe dovuto essere diverso. Per un bambino o un ragazzo gifted, questo può alimentare insoddisfazione, ansia da prestazione e la sensazione di non riuscire mai a soddisfare le aspettative degli altri.

A volte basta davvero poco per cambiare il significato di una frase. È sufficiente fermarsi al riconoscimento del risultato raggiunto, sostituendo il “ma” con un punto. Lasciare che un complimento rimanga semplicemente… un complimento.

Quando l’intelligenza diventa un peso

«Questo risulterà facile per un bambino intelligente come te»

È una frase che nasce quasi sempre dal desiderio di rassicurare un bambino prima che affronti una nuova sfida.

L’adulto pensa di trasmettere fiducia nelle sue capacità. Il bambino, invece, potrebbe interpretarla in modo molto diverso:

“Se faccio fatica significa che forse non sono davvero intelligente.”

Così, l’intelligenza smette di essere una caratteristica della persona e diventa un criterio con cui giudicare se stessi. Se un compito richiede impegno, se qualcosa non riesce al primo tentativo o se l’apprendimento procede più lentamente del previsto, il bambino può iniziare a dubitare del proprio valore.

Eppure, anche i bambini e i ragazzi gifted sperimentano difficoltà. Affrontano attività nuove, incontrano ostacoli, commettono errori, si frustrano. Ed è giusto che sia così: è proprio attraverso la fatica e gli errori che si sviluppano nuove competenze.

Più che ricordare loro quanto siano intelligenti, è molto più utile riconoscere il coraggio di mettersi alla prova, l’iniziativa di affrontare qualcosa di nuovo, l’impegno investito e la perseveranza dimostrata lungo il percorso.

Perché l’intelligenza non elimina la fatica. E imparare che si può fare fatica senza mettere in discussione il proprio valore è uno degli insegnamenti più importanti che possiamo offrire ai nostri figli.

Quando il massimo diventa la norma

«Non mi interessano tanto i voti, basta che tu faccia del tuo meglio.»

Anche questa è una frase che molti genitori pronunciano con le migliori intenzioni. L’obiettivo è spostare l’attenzione dal risultato all’impegno. Eppure, un bambino gifted potrebbe interpretarla in modo molto diverso.

Cosa significa davvero “fare del proprio meglio”?

Per molti bambini gifted questa espressione diventa uno standard assoluto: bisogna dare sempre il massimo, in ogni situazione, senza eccezioni. In ogni compito. In ogni verifica. In ogni attività. Ogni giorno. Perché percepiscono che è questo ciò che gli adulti si aspettano da loro.

È un’aspettativa impossibile da sostenere. Nessun adulto vive così. Ci sono giornate in cui lavoriamo con il massimo dell’energia e altre in cui facciamo semplicemente ciò che è sufficiente. Ogni giorno scegliamo dove investire tempo, attenzione e risorse.

È importante che i bambini sappiano di non dover dare sempre il massimo. Hanno il diritto di scegliere quando impegnarsi di più e quando è sufficiente fare quanto basta. Concedere loro questa libertà riduce enormemente la pressione che molti bambini gifted sentono sulle proprie spalle.

Le intenzioni contano. Ma non bastano: un messaggio per i genitori

C’è un messaggio importante che attraversa tutto il lavoro di James Delisle: educare è un percorso fatto di tentativi, intuizioni, errori e continui aggiustamenti. La vita è piena di sbagli e di errori di valutazione, ma proprio per questo è anche ricca di seconde, terze e quarte occasioni per fare meglio. Le nostre imperfezioni non ci rendono genitori peggiori; ci rendono persone autentiche, capaci di imparare, cambiare e crescere insieme ai nostri figli.

Questo messaggio assume un significato ancora più importante quando parliamo di bambini gifted. La loro percezione del mondo circostante è spesso particolarmente acuta: possono cogliere sfumature, incongruenze e segnali che altri potrebbero non notare e avere una sensibilità molto forte verso ciò che accade nelle relazioni. Possono inoltre percepire intenzioni e atteggiamenti degli adulti, anche quando questi non vengono espressi apertamente o quando l’adulto stesso non è pienamente consapevole di ciò che comunica. Proprio per questo, ciò che accade nella relazione con l’adulto può avere per loro un significato particolarmente profondo.

Sapere che possiamo sempre tornare sui nostri passi, rivedere ciò che è accaduto e provare a fare diversamente diventa allora un messaggio ancora più prezioso. Non perché dobbiamo essere genitori perfetti, ma perché possiamo mostrare ai nostri figli che le relazioni non sono immutabili: possiamo ascoltare, comprendere, cambiare e ricominciare.

E forse è proprio questo uno degli insegnamenti più preziosi che possiamo trasmettere ai nostri figli: che possiamo sempre tornare su ciò che è accaduto, comprenderlo da una prospettiva diversa e scegliere, la volta successiva, di agire in modo nuovo.

*Articolo ispirato ai contenuti di James Delisle, Understanding Your Gifted Child from the Inside Out. (2018)


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